
Tony Blair è un uomo di sinistra che per primo ha disegnato il profilo della sinistra del nuovo secolo, mentre in Italia si ragiona ancora con gli schemi e le logiche del novecento. Blair ha preso in mano il suo partito dopo anni di sconfitte insieme ad un gruppo di quarantenni, lo ha liberato della casta di politici fallimentari che lo occupava, lo ha depurato di parecchi detriti ideologici del passato e lo ha risollevato dopo anni di batoste: lo ha portato al governo e ce lo ha tenuto per dieci anni. E in questi dieci anni ha rivoltato come un calzino il Regno Unito: economia, lavoro, diritti civili e sociali, cultura, sanità, infrastrutture, sicurezza. Ha rivoltato come un calzino anche i Tories, dotati finalmente di un leader presentabile e moderno. Certo, anche Blair ha avuto i suoi passaggi a vuoto. In dieci anni di governo la cosa mi sembra fisiologica.
Le uniche cose di Blair che non mi hanno convinto sono state alcune sue scelte di politica estera: Iraq e Ue su tutte. Credo però che sarebbe un errore giudicare la politica estera di Blair senza tenere conto del tradizionale posizionamento del Regno Unito nello scacchiere internazionale. Chiunque abbia studiato un minimo di storia dal 1800 ad oggi conosce, per esempio, quanto il Regno Unito sia legato a doppio filo agli Stati Uniti d’America: le scelte dell’uno finiscono sempre per condizionare l’altro, indipendentemente dal colore dei loro governi. E conosce quanto il popolo britannico sia attento alla sovranità del suo paese e del suo governo e guardi in cagnesco a qualsiasi cessione anche parziale di potere ad organismi sovranazionali.
Riguardo la fallimentare campagna irachena, qualsiasi governo inglese non avrebbe potuto fare altro che seguire Bush. Blair lo ha fatto, ma lo ha fatto senza mai risparmiare critiche a certi modus operandi dell’alleato americano e soprattutto combattendo il terrorismo in casa sua con una lungimiranza e uno sforzo per l’integrazione mai visti.
In Europa, quel Blair che a noi appariva euroscettico ha fatto immani sforzi per cambiare la percezione dell’Ue nel suo paese. Quel Blair che a noi appare euroscettico viene accusato dai Tories di avere venduto l’anima a Bruxelles, e anche nell’ultimo vertice ha fatto di tutto per far prevalere la sua linea su quella infinitamente più antieuropea del suo successore in pectore Gordon Brown.
E’ di ieri la notizia dell’incontro tra Tony Blair e Joseph Ratzinger. Al solo leggere il titolo della notizia, i soliti stupidini non si sono astenuti dal commentare il fatto come si potrebbe commentare un incontro tra il Pontefice e il servile Mastella. Le cose non stanno così. Come si è fatto notare, l’incontro tra Blair e Ratzinger non è stato nè “affettuoso”, nè “cordiale”, nè “sereno”, così come sarebbe stato descritto un incontro con Mastella. E’ stato “franco”. Per scrivere “franco” nel comunicato ufficiale, probabilmente se le sono dette di santa ragione. Perchè? Perchè Blair, detta papale papale, in questi dieci anni ha fatto di tutto per fare incazzare il Vaticano. Non tanto per la questione irachena, che stava molto più cuore a Giovanni Paolo II piuttosto che a Ratzinger (che, ricordiamo, è riuscito a celebrare la Giornata della Pace senza dire mai la parola “guerra”), quanto per il suo comportamento all’interno del Regno Unito. Alla faccia della dottrina tutta italiana e vaticana dei cattolici di mestiere in politica, Blair ha smesso di andare in Chiesa non appena è divenuto Primo Ministro. Ha approvato riforme delicatissime, ha istituito i civil partnership, ha obbligato gli istituti cattolici per minori a dare in adozione i loro bambini a single e coppie omosessuali, il tutto senza retrocedere di un solo millimetro. Poi, oggi, quando sta per lasciare il governo, vuole ufficializzare la sua conversione al cattolicesimo, alla quale sarebbe potuto approdare diversi anni fa ma che ha sempre tenuto in secondo piano. In Italia una cosa del genere è incomprensibile: da noi ci si converte pubblicamente quando ci si candida ad andare a governare, non certo quando si va via. Avercene, di Tony Blair.